Quel pomeriggio del 23 ottobre del 1964 a Tokyo non c’erano le dirette televisive, satelliti e digitale non esistevano ancora e tanti novaresi si affidarono alla radio per ascoltare, appena dopo pranzo in Italia nessuno sapeva naturalmente come sarebbe terminata una finale di pugilato della categoria dei mediomassimi, non una finale qualsiasi ma la finale delle Olimpiadi, con medaglia d’oro.

Una città intera si catapultò simbolicamente dall’altra parte del mondo, dove un ragazzone novarese di ventuno anni incrociava i guantoni con Aleksej Kiseljev, un vero gigante di quella che era l’ex Unione Sovietica, nel tentativo di spingere Cosimo Pinto a raggiungere quello che per tutti gli atleti rappresenta il sogno della vita: conquistare la medaglia d’ oro ad una Olimpiade.

Un sogno che si realizzò dopo tre combattutissime riprese, dopo 9 minuti di autentica “battaglia” sportiva che sancirono la vittoria ai punti per 3 a 2 per quello che il noto radiocronista RAI di allora Paolo Rosi definì prima dell’ inizio della manifestazione come un “outsider con le possibilità di stupire”.

Un cammino trionfale quello di Cosimo Pinto che effettivamente stupì tutti fin dal primo mach quando batté Rudi Lubbers (Paesi Bassi) ai punti 5 a 0, Jurgen Schlegel (RDT) ai punti 4 a 1 e soprattutto in semifinale fu capace di un autentico capolavoro ribaltando tutti i pronostici grazie alla vittoria ottenuta contro il bulgaro Alexander Nikolov per KO alla terza ripresa.

I colpi del pugile dell’est Europa lasciano il segno, con Pinto che viene contato per ben due volte in piedi ma proprio quando la sconfitta sembra inevitabile, come nella trama di un film, arriva la reazione del campione e grazie soprattutto al suo diretto manda a terra l’avversario per ben tre volte prima che l’arbitro gli assegni la vittoria per KO tecnico e la conseguente finale: Pinto ha  la possibilità di regalare allo sport novarese la prima storica medaglia d’oro alle Olimpiadi.

Quel bulgaro finito al tappeto è diventato più che un avversario, tanto che Alexander ora è un suo vero amico:

La boxe è sicuramente uno sport maschio ma il rispetto del tuo rivale è il valore più importante. Nel nostro sport si stringono rapporti particolari, più che in altri; sono andato a trovarlo a Sofia e lui è venuto a trovare me e la mia famiglia a Novara e non perdiamo occasione di sentirci. 

La vittoria poi ottenuta al Korakuen Ice Palace, un palazzetto costruito nuovo di zecca e considerato il Madison Square Garden giapponese, nella finale è la vittoria che cambia la carriera e la vita di Cosimo Pinto, un successo storico se si pensa che raccolse l’eredità di un certo Cassius Clay (Muhammad Alì) che vinse l’ oro olimpico nella sua stessa categoria a Roma nel 1960. 

L’emozione di quel giorno è ancora ben marcata sul volto di un uomo dal fisico massiccio capace di mantenere quell’umiltà che lo ha sempre contraddistinto:

Ricordo come fosse oggi quel giorno, l’emozione più grande fu quando al centro del ring l’arbitro poco prima di alzare il braccio del vincitore mi strinse leggermente il polso e capii che qualche secondo dopo sarei diventato campione olimpico.

Fu tanto bella quanto inaspettata la festa che mi fecero a Novara dove sfilai a bordo di un’auto scoperta e la gioia più grande fu quella di vedere tra loro Pierino Biscardi, il mio storico allenatore della Falconi Novara Boxe.

Anche se pioveva non mi accorsi di nulla tanto ero emozionato perché non mi aspettavo così tanto affetto, un affetto che ancora oggi a distanza di anni le persone mi dimostrano. Penso che il segreto della mia vittoria fu la tranquillità con cui affrontai i vari combattimenti visto che per me la convocazione in nazionale era  già un successo.  

Dopo le Olimpiadi di Tokyo 1964 Pinto rallentò la sua carriera, preferendo un sicuro posto di lavoro in banca piuttosto che passare al professionismo riuscendo comunque a conquistare ancora due titoli italiani nel 1965 e nel 1967 e in questo stesso anno la medaglia di bronzo ai Campionati Europei di Roma che andarono a sommarsi ad altri importanti successi come i Giochi del Mediterraneo a Napoli nel 1963 e i Mondiali militari di Tunisi nel 1964. 

Non solo pugilato però per il gigante buono novarese che riuscì a conquistare anche la cintura nera di Karate ma soprattutto fu capace di reagire da grande combattente ad un grave incidente automobilistico nel 1983 che gli ha causò un grave trauma al braccio destro ma che non gli  tolse la sua grande voglia di praticare sport conquistando in seguito anche il titolo italiano di pistola.

Se è vero che ormai sono passati più di cinquant’anni da quella medaglia è altrettanto vero che quel giovane pugile ha mantenuto negli anni la stessa voglia di lottare che aveva sul ring e per questo quel prezioso metallo continua a luccicare.

Rubrica a cura di Moreno Spina

morenospina@lopinionistanews.it

 

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