L’ascolto è un concetto familiare, in parte scontato e in parte sfaccettato e molteplice. 

Senza dubbio, nelle nostre vite, riveste grande importanza e la sua qualità incide sul livello di benessere nelle relazioni personali.

Noi tutti, ogni giorno, non facciamo altro che ascoltare: la musica, i talkshow, le chiacchiere al bar, i consigli della nonna, le confidenze degli amici, le richieste dei familiari, le riunioni di lavoro. Quindi, ascoltare dovrebbe essere semplice: lo facciamo in continuazione. Così pare.

Ma se ascoltiamo (appunto) ciò che dicono le persone, il disagio più frequente nelle relazioniviene descritto con «uffa, nessuno mi ascolta» o con «vorrei che il mio partner/mio figlio/mio padre mi ascoltasse di più». Chi di noi non l’ha detto o pensato e non se l’è sentito dire almeno una volta? E così, da questa prospettiva, pare che ascoltare sia difficilissimo e che nessuno lo faccia. Ma com’è questo ascolto che ci manca così tanto?

L’ascolto è una delle abilità umane che si apprende con l’esempio e l’esperienza viva e si perfeziona praticandola costantemente con le persone con cui entriamo in contatto. 

Ascoltare davvero ci richiede innanzitutto desiderio di partecipazione attiva e condivisione di esperienze e silenzi. Poi, affinché possa verificarsi la comunicazione autentica, occorre darsi un tempo adeguato e trovare uno spazio confortevole. Perché? Per entrare in contatto con il mondo dei sentimenti dell’altro e delle emozioni, anche quelle più difficili da riconoscere e accettare e, di riflesso, anche con il proprio. E qui si svela reciprocamente il nostro essere vulnerabili che è una dimensione di grande fragilità e delicatezza, da maneggiare davvero con cura e dalla quale può scaturire l’incontro relazionale autentico e nutriente.

Questo, solo a patto di mettersi in gioco e scardinare vecchie abitudini ormai consolidate ma che non ci fanno stare bene (es. il vivere con l’attenzione frammentata e quindi offrire nelle relazioni un ascolto frettoloso e distratto oppure proiettare all’esterno la colpa o il merito di ciò che ci accade).

Il primo passo per uscire dagli automatismi è imparare ad ascoltare noi stessi e riconnetterci con la nostra parte più vera e ricca di potenziale, prima di poter davvero ascoltare gli altri. 

Questo richiede un certo sforzo, e allora… chi ce lo fa fare? Semplice: la voglia di star bene nelle relazioni e di ritrovare un modo di essere autentico, basato su gentilezza, fermezza e accettazione, per muoversi nel mondo e realizzare un progetto di vita appagante.

Carla Lorizzo

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