In ricordo di Barbara Grandi, una vita spezzata

Barbara Grandi

38 anni, 3 figli e un uomo che amava e che oggi è in fermo cautelare con l’accusa di omicidio della donna

 “8 mila battute contro la violenza” ci porta ad analizzare nei dettagli delitti, omicidi e storie nere del nostro territorio. Gesti folli e estremi compiuti da parte di quell’animo umano che noi tutti possediamo, ma che alle volte ci possiede, poiché, come già insegnò la Bibbia in principio, anche l’uccisione del proprio simile è parte integrante della natura dell’uomo.

Cercheremo quindi di capire insieme che cosa spinga l’uomo verso la sua natura più ombrosa, conferendo tutti gli strumenti necessari per comprendere le dinamiche interne della psiche umana e giudicare meglio: il nostro compito non sarà quello di giustificare i colpevoli o la vittima, ma dirigere il lettore verso un giudizio obiettivo.

Sarebbe meglio non avere casi su cui scrivere, questo è quello che ci auguriamo ma questi avvenimenti, imprevedibili e irrevocabili, avvengono quotidianamente nella nostra società. Il nostro compito è sensibilizzare i lettori, affinché questi accadimenti non vengano replicati e con il fine arduo di rendere prevedibili atti che sembrano imprevedibili.

Per comprendere che cosa sia veramente bene è necessario analizzare il male e la sofferenza: non per accettarli come una realtà umana “normale” ma per cercare di affrontarli e superarli.

Le definizioni

Omicidio: dal latino homicidium, composizione di –homo (uomo) e –cidium (cidio, uccidere). E’ il delitto di chi sopprime una o più vite umane che, nel diritto penale, assume diverse sfumature in relazione alla modalità con cui viene compiuto: doloso, premeditato, preterintenzionale, colposo, plurimo,…Il femminicidio, termine coniato negli anni 2000, indica un omicidio compiuto da un uomo nei confronti di una donna.

L’omicidio di Trecate: l’ennesimo femminicidio?

Tv, giornali, manifestazioni, tutto sembra parlare di questa piaga sociale. Non lo consideriamo possibile che un uomo, che non dovrebbe sfiorare una donna nemmeno con un fiore, arrivi “per amore” a scegliere della vita o della morte della propria compagna; e quando accade vicino a noi sembra farci riflettere maggiormente, forse.

La cittadina di Trecate, luogo in cui la vittima Barbara Grandi conviveva da tre anni con il suo compagno, e Bareggio, paese dove la donna ha frequentato le elementari e le medie, sono in profondo lutto.

Barbara aveva 38 anni, faceva la badante ed era madre di 2 figli maschi avuti da precedenti relazioni e di una figlia femmina di circa 3 anni avuta da Domenico Horvat, disoccupato e inserito nel programma dei lavori socialmente utili di Trecate.

Barbara e Domenico convivevano da tre anni e pare che tutti i figli fossero stati affidati ai servizi sociali di Trecate. Il contesto familiare, come riportano alcune fonti, era molto difficile, e i problemi interpersonali erano complessi e fragili.

La notte del 20 Novembre, intorno alle 3:30, la donna, dopo aver provato a difendersi (lo provano le ferite sulle sue braccia), viene colpita al petto con un’arma da taglio che le provoca la lesione degli organi vitali e dunque la morte. L’assassino tuttavia infierisce ripetutamente sul corpo, persino sulle piante dei piedi.

Domenico chiama i soccorsi alle 7, esattamente 3 ore e mezza dopo la morte della compagna.

Seguono le indagini e Domenico è un indiziato. Chiuso in un silenzio roboante, afferma, durante il primo interrogatorio, di non aver ucciso la donna e racconta la sua versione dei fatti: nella notte tra martedì 19 Novembre e mercoledì 20 Novembre, tre persone straniere avrebbero sfondato la porta dell’appartamento nella palazzina popolare di Via Sanzio a Trecate e lo avrebbero colpito alla nuca; rinvenuto qualche ora dopo, Domenico avrebbe trovato la compagna morta. Ha chiamato i soccorsi alle 7: <<Venite mia moglie è ferita>> ha pronunciato. Il quadro però non sembra combaciare con le evidenze scientifiche.  Ad esempio, i vestiti dell’uomo non presentano macchie di sangue, nonostante egli abbia affermato di aver provato a rianimare la donna. Dunque gli agenti convalidano il fermo per Domenico e dispongono la custodia cautelare, in attesa di accertamento giudiziario. Era il 25 Novembre. Ad oggi si trova nel carcere di Novara, e gli avvocati dell’uomo ci segnalano che il processo è in “fase d’indagine”.

Pare che l’arma del delitto, un “coltellaccio” utilizzato dall’aggressore per infierire con circa 80 colpi su Barbara, non sia stato rinvenuto sulla scena del crimine. Tuttavia, poco lontano dall’abitazione, all’interno di un tombino è stato rinvenuto un coltello. Dunque si era ipotizzato potesse essere l’arma utilizzata per l’assassinio, Tuttavia l’oggetto è poi risultato di dimensioni inferiori rispetto alle ferite sul corpo della donna.

Le testimonianze possono dirci qualcosa in più: un’amica della vittima racconta ad esempio di aver accompagnato Barbara all’ospedale di Magenta a causa di una frattura al dito. Potrebbe essersi trattato di un tentativo di mascheramento di una violenza subita dalla donna che però tuttavia non ha mai sporto denuncia. L’amica dice di averla sollecitata a denunciare ma riferisce che Barbara aveva scelto di chiudersi nel silenzio. <<Denunce? Non credo – evidenzia l’amica – Ogni volta lo perdonava e ultimamente li vedevo spesso insieme, in atteggiamenti affettuosi. Barbara aveva preso le distanze da me>>.

Non siamo riusciti a contattare famigliari, amici e parenti della vittima. Chiunque affermasse di conoscerla si è dimostrato restio a rilasciare qualsiasi tipo di informazione riguardante la donna. Tuttavia, i vicini di casa dichiarano che le liti tra la coppia erano frequenti e accese, e che proprio quella maledetta notte ne era avvenuto uno. <<Una delle tante, poi finiva sempre con una riappacificazione>>.

Cosa fare se si sospetta violenza?

La coordinatrice dello sportello antiviolenza dell’associazione AIED di Novara, Luisella Perrucca, afferma <<Facciamo molta prevenzione nelle scuole, parte tutto già dai ragazzi; quando le signore vengono da noi si accorgono, non subito, di essere vittime di violenza. Le tempistiche non sono così rapide perché la donna pensa sempre: tanto cambia, riesco a farlo cambiare. In alcuni casi decidono di rimanere incinte perché con l’arrivo di un figlio pensano che si possa modificare la situazione e invece al posto che migliorare, peggiora – la dottoressa aggiunge – Ai primi segnali bisogna attivarsi, chiedendo aiuto ai vari servizi come noi, contattando il numero 3738224668 oppure ai servizi sociali. Non è sempre così facile, le vittime possono avere consapevolezza ma subentra la paura, l’abbandono, l’ansia di perdere il compagno, il fallimento della relazione. Passa molto tempo prima che una donna possa accorgersi del pericolo cui va incontro, la media è di dieci quindici anni. In molti casi le donne è per i loro bambini che si attivano, scatenando così l’impulso di chiedere aiuto. Il percorso viene gestito attraverso colloqui con psicologi, è lungo, ma poco per volta si riesce finalmente ad arrivare alla denuncia>>.

Alla domanda: se siamo amiche della vittima e ci accorgiamo che è in pericolo come possiamo aiutare? La dottoressa dichiara che in questo caso non si può fare nulla, ovvero la signora, vittima della violenza, deve essere consenziente all’aiuto. L’associazione ha avuto molti casi dove le amiche sono riuscite a spronare la vittima a denunciare, quando non si riesce a fare ciò, bisogna pensare alla paura che può avere il soggetto causata dal compagno, marito o convivente. In questi casi è proprio chi porta violenza a volere che la vittima si isoli completamente non potendo così dar modo alle amiche di chiedere aiuto per lei.

La psicologa Simona Ramella Paia, presidentessa dell’associazione PAVIOL (Percorsi antiviolenza O.N.L.U.S) nata a Biella nel 2014, mette in evidenza subito il concetto del chiedere aiuto, affermando: <<Esiste un decalogo di comportamenti violenti che le persone dovrebbero essere in grado di codificare, normalmente. Anche solo il dubbio che “posso subire violenza” mi deve portare a chiamare subito e quindi chiedere aiuto>>. Concorda con la collega Perucca sostenendo che se sono un’amica della vittima posso rivolgermi subito ad un centro antiviolenza della zona, segnalando una determinata situazione. La circostanza è però particolare, quando si tratta di adulti e non minori non c’è niente che possiamo fare se non segnalare una forte preoccupazione oppure chiedere alla procura di convocare la vittima in questione.

Siamo di fronte ad un dato allarmante, la maggior parte delle vittime di violenza non denuncia per paura delle conseguenze, in alcuni casi anche perché non hanno la possibilità di essere autonome.

<<Il percorso per arrivare a capire l’importanza di denunciare per proteggersi, per affrancarsi da un uomo violento è lungo e faticoso ed è il motivo per cui il “codice rosso” ha prodotto delle novità assolute rispetto alla presa in carico della donna, alla protezione dei figli e al mettere in carcere immediatamente l’uomo autore di reato. Ma senza la denuncia della donna, tutto ciò è bloccato>>.

Franco Luna

La palazzina dove è avvenuto l’omicidio