Rotary club Valsesia – Incontro con il generale giorgio battisti: “afghanistan: una tragedia annunciata

Il Brigadiere Generale Giorgio Battisti – che aveva già partecipato alle operazioni in Somalia (1993) e in Bosnia (1997), che dal 28 dicembre 2001 al 9 maggio 2002 è stato il primo Comandante del Contingente Italiano nell’ambito della missione ISAF in Kabul, ed è ritornato in Afghanistan dal 13 febbraio al 16 giugno 2003, quale primo Comandante del Contingente Nazionale, sia per la missione “Nibbio 1”, sia per la missione ISAF – è stato ospite del Rotary Club Valsesia, per parlare dei recenti avvenimenti in Afghanistan: “Una tragedia annunciata”.

Oltre ai numerosi soci, erano presenti come ospiti: Gianni Mora, Presidente della sezione “Valsesiana” dell’Associazione Nazionale Alpini, Paolo Saviolo Consigliere Nazionale ANA, il Sindaco di Varallo e Presidente della Provincia di Vercelli, Eraldo Botta, Enrico Pagano, Direttore dell’Istituto per la storia della Resistenza e della Società Contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia.

Il Generale, che è stato comandante della Brigata Alpina Taurinense, in modo molto asciutto ed obiettivo, partendo dalla domanda: “Come è possibile che sia finito tutto in modo così poco glorioso?” ha articolato un intervento sintetico, ma ricco di informazioni. Il 15 agosto 2021 sono terminati trent’anni di ingerenza umanitaria, motivata da interessi nazionali, dall’intento di riportare la libertà, dalla volontà di tutelare i diritti umani, ma, nella stessa data, è iniziata la vera lotta al terrorismo integralista, perché è stata la prima volta che una minoranza integralista ha preso il potere. Il problema maggiore è stato ed è la corruzione: gli aiuti pubblici non vennero distribuiti secondo le reali necessità, ma sulla base di “amicizie”, quindi gli esclusi cercarono altre soluzioni per emergere dalla povertà.

Qualsiasi guerra prima o poi deve finire: in questo caso gli Americani non hanno perso, semplicemente non hanno voluto vincere, ma non si può dire che gli afghani non abbiano combattuto” ha affermato il Generale Battisti spiegando che: “In questi vent’anni le possibilità di far pace con i talebani da una posizione di forza ci sono state, ma non sono state sfruttate: nel dicembre 2001 gli americani non vollero che si invitassero i talebani al tavolo internazionale per dare un nuovo assetto al paese, nel 2003 ci fu un’altra opportunità persa, perché l’allora Presidente Bush dirottò risorse per fare guerra all’Iraq. Nel 2010, 2011 e 2012 Obama inviò 100.000 soldati americani che, con quelli della Comunità internazionale, portarono la presenza militare nel paese a 140.000 uomini. Dal 2015 le missioni non furono più di combattimento, ma di addestramento delle forze locali. Con gli accordi di Doha del 2020, cui non partecipò né il governo afghano né la NATO, Trump, per questioni elettorali, dichiarò di voler ritirare i propri militari dal paese, dando legittimità e riconoscimento diplomatico internazionale ai talebani. Le forze di sicurezza afghane si resero conto di essere state vendute ai talebani, quindi ci fu un cedimento morale, prima che materiale, come accadde in Italia dopo l’8 settembre. La corruzione intrise i vertici governativi, si creò la psicosi della sconfitta, incrementata dalla grande capacità mediatica dei talebani che, al contrario, amplificavano le loro azioni: il paese fu isolato, tagliate le rotabili per le città principali, assediate le città e fatte cadere una alla volta, fino ad arrivare a Kabul il 15 agosto scorso”.

Battisti ha ricordato che il “principio di democrazia” che l’Occidente si vanta di esportare, in realtà l’ha imparato dopo secoli: “Per arrivare ad un’Europa democratica ci abbiamo messo centinaia di anni, quindi era pura presunzione pensare che in Afghanistan con le elezioni tutto si sarebbe sistemato: prima si dovevano creare i valori della società, la popolazione chiedeva sicurezza”.

Con la missione ISAF si sono solo cercate di contenere le spinte talebane: l’ordine era di non dimostrare un impegno troppo aggressivo, mancò un chiaro indirizzo politico di quello che si doveva fare, l’obiettivo era tutelare la popolazione, difendendola dalle presenze dei guerriglieri. “Gli afghani che credettero in noi in questi vent’anni hanno avuto una vita normale: c’erano settanta stazioni radio, sedici televisioni, si diffuse l’utilizzo di Internet. Questo non è stato del tutto cancellato, infatti per la prima volta si sono viste le donne manifestare in piazza: una cosa che prima sarebbe stata impensabile”: al termine Battisti ha mostrato un breve filmato, girato nel 2013, con inseriti spezzoni degli anni Settanta, quando l’Afghanistan era la meta dei Figli dei fiori, con droga e amore libero: un paese che oggi non esiste più. L’ultimo pensiero dal Generale è stato dedicato ai collaboratori di questi vent’anni, molti dei quali sono ancora là e sono braccati da una caccia minuziosa e capillare: “Anche per tentare di salvare loro bisogna cercare un dialogo con i talebani”.

Al termine sono state poste molte domande cui Battisti ha risposto in maniera esauriente, partendo da una considerazione: “L’afghano non si vende e non si compra, si affitta”, che nasce da una questione di sopravvivenza, alla luce dei fatti vissuti da questi popoli negli ultimi quarant’anni.

Alla domanda su cosa succederà adesso, Battisti ha ricordato che lo Stato Maggiore della Difesa USA aveva avvisato sulla necessità di non abbandonare completamente il paese: bastavano 2.500 soldati per dare supporto alle forze afghane, c’era l’appoggio aereo e c’era l’intelligence: “La cosa peggiore è stata l’esempio dato con i nostri comportamenti ad altre organizzazioni terroriste: emerge che non siamo in grado di combattere per i nostri valori, l’Occidente è debole perché non combatte per i propri principi”. Parlando del ruolo, certo non secondario, giocato dalla Cina, Battisti ha ricordato che nel 2007 la Cina aveva comperato la seconda più grande miniera di rame a sud est di Kabul, chiudendola con un muro, aspettando tempi migliori per sfruttarla, nel 2019 ha fatto un accordo per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi: con questi investimenti ha tutto l’interesse a mantenere stabile l’Afghanistan. In questa storia poi l’oppio gioca un ruolo non secondario: il papavero cresce da solo, ha bisogno di poca acqua e in alcune zone del paese si possono fare anche due raccolti all’anno: “Per cambiare davvero la mentalità occorreva stare lì per due o tre generazioni: il vero strumento per cambiare è la cultura, che inizia con la scolarizzazione, ma ci vogliono studenti, insegnanti, infrastrutture”. Interrogato sulla presenza di Alberto Cairo, il generale ha risposto che Alberto, laureato in Giurisprudenza, è lì dal 1989, gestisce un centro di ortopedia, costruisce protesi: “Parla poco, non fa critiche politiche, lavora sodo, cura tutti”.

Il Presidente del Rotary, Paolo Arienta, ha chiuso la serata ringraziando Battisti per le riflessioni, le immagini e soprattutto per aver portato la sua esperienza e la sua umanità.