Coinvolgere la cittadinanza: questo il segreto

Secondo un recente studio condotto dal team di ricerca Impact del politecnico di Milano Novara ha conquistato il titolo di territorio più resiliente fra le 107 province italiane, ovvero quello meglio organizzato nell’affrontare le sfide del presente e progettare la ripartenza cui tutti guardiamo con grande speranza. Lo studio analizza 20 indicatori raggruppati in tre ambiti: coesione sociale, ambiente e territorio, solidità economica. 

D’altronde già lo scorso gennaio il primo cittadino di Novara – il più amato dei sindaci piemontesi nella classifica sulla popolarità degli amministratori locali – in una conferenza stampa in cui tracciava un bilancio di fine mandato, aveva affermato “Abbiamo lavorato perché Novara si normalizzi dal punto di vista manutentivo: in questi quattro anni e mezzo abbiamo impegnato quasi 70 milioni di euro, puntando innanzitutto sulle manutenzioni e abbiamo fatto ripartire la messa in sicurezza di scuole, edifici, strade, parchi, marciapiedi, piante e altro. […] Abbiamo anche lavorato sul sociale, sulle periferie, sulla riqualificazione delle case popolari, sempre mantenendo i bilanci in regola”. Guardando alla programmazione dell’agenda Novara 2030, per lo sviluppo della città, il proposito è che ” Novara possa avere più occupazione, creando centinaia e centinaia di posti di lavoro per i novaresi e non solo, ad esempio nella logistica, perché il nostro obiettivo è attirare anche cittadini da fuori città per invertire la rotta della decrescita. In questi anni abbiamo anche puntato sullo sviluppo dell’università, gettando le basi per una serie di residenze in modo che la città diventi una sorta di campus allargato.”

Gli effetti del prolungato lockdown sul nostro territorio hanno mostrato quanto un’oculata amministrazione possa, dati alla mano, rinsaldare quella fiducia dei cittadini nella buona politica, sconfessando quella tendenza ad una rassegnata diffidenza nella sua stessa funzione di tutela del bene comune che è stata riscontrata in altri territori. Proprio la capacità di amministrare con saggezza, attivando forme di ascolto autentico dei cittadini e delle loro reali necessità, ha determinato alti punteggi nelle suddette “dimensioni di resilienza”.

Il tema del coinvolgimento della cittadinanza può essere ricondotto ai movimenti popolari che hanno caratterizzato gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso avanzando richieste di maggior coinvolgimento dei cittadini nelle scelte pubbliche. Le mobilitazioni sociali di quegli anni hanno determinato nuove elaborazioni teoriche ed introdotto nel dibattito politico termini quali trasparenza, governance, accountability, di fatto riaffermando il principio di sussidiarietà orizzontale previsto all’art.118 u.c. della nostra Costituzione. 

Caratteristiche di quest’auspicata partecipazione sono la prevalenza di approcci dialogici, volti alla co-costruzione di relazioni significative ed equilibrate in cui perseguire obiettivi comuni attraverso scelte condivise; informati, in cui attraverso il confronto, il contraddittorio e la riflessione critica si punta a fondare la riflessione su un’informazione completa ed onesta; deliberativi, nell’accezione più autentica del termine che è quella di soppesare pro e contro delle opzioni disponibili prima ancora che assumere decisioni; empowered, in quanto risulta fondamentale l’accrescimento di consapevolezza rispetto alle risorse proprie e del contesto ai fini dell’esercizio di una maggiore motivazione ed assunzione di responsabilità nelle scelte; inclusivi perché tutti devono sentirsi accolti ed ascoltati, compresi coloro che appartengono a gruppi più fragili o apparentemente marginali.

Guardando al modello di società che, a mio avviso, dovrebbe caratterizzare il mondo post Covid, ritengo utile una riflessione sugli ultimi due punti appena citati, l’empowerment e l’inclusione, quali strumenti indispensabili per condurci alla creazione di “comunità competenti”. I processi di empowerment sociale, definito come “processo intenzionale centrato sulla comunità locale che comporta attività di cura e partecipazione di gruppo, mediante il quale le persone […] possono raggiungere l’accesso alle risorse necessarie ed esercitare un maggiore controllo su di esse” incrementano infatti la sensibilità alle problematiche rilevanti per la comunità e perseguono obiettivi di azione comuni tali da favorire la coesione sociale. L’empowerment si differenzia dalla solidarietà per un tratto fondamentale: i beneficiari hanno un ruolo attivo nel processo di cambiamento e concetti quali partecipazione, autostima, potere si rivelano strumenti imprescindibili nell’interfaccia tra individuo e contesto. Nei modelli teorici di approccio umanistico, infatti, promuovere empowerment e benessere nelle comunità significa riconoscere alla persona un insieme di potenzialità ed alla relazione interpersonale lo strumento privilegiato per realizzarle. Come afferma Carlo Caldarini “una comunità locale può dirsi competente nel momento in cui si rende collettivamente capace di analizzare la propria situazione, riconoscere i propri bisogni e mobilitare ed integrare le risorse necessarie per soddisfarli”.

Il termine inclusione viene oggi utilizzato in ambiti assai diversi, dalla matematica alla botanica, dalla biologia alla mineralogia, ma è soprattutto nell’ambito delle scienze umane e sociali che è entrato prepotentemente nel linguaggio del nostro millennio. Letteralmente significa comprendere un elemento all’interno di un insieme, il cui opposto è evidentemente l’esclusione. Sempre più rilevante, nel dibattito contemporaneo, appare il costrutto di “inclusione sociale” intendendo con esso l’appartenenza ad un gruppo o ad un’istituzione da cui ci sente accolti, con la garanzia di potervi prendere parte attivamente e di veder valorizzata ogni diversità azzerando, nel contempo, qualsiasi forma di discriminazione. Al di là della prevalente curvatura assunta dal concetto in relazione al tema del deficit, della disabilità e, più in generale dell’umana fragilità, vorrei qui recuperare la definizione che dell’inclusione da uno dei massimi esperti italiani, Andrea Canevaro, quale “metodo e prospettiva in grado di realizzare un processo di conoscenza e di riconoscimento reciproco, in cui le ragioni di ciascuno si incontrino in un percorso di crescita comune” determinando nel gruppo quell’ “ampliamento dell’orizzonte nella riconquista di un senso di appartenenza”.

Non solo la politica europea prevede fra gli obiettivi più rilevanti cui assegnare risorse per il periodo 2021/2027un’Europa più inclusiva con investimenti nella formazione permanente, nell’occupazione, nel perseguimento di pari opportunità ed equità sociale, nel sostegno alla fragilità ed all’inclusione delle fasce più deboli, ma anche fra gli Obiettivi di sviluppo sostenibile promossi dall’ONU nell’Agenda 2030 – che ben prima della recente pandemia ha fissato il quadro di riferimento globale entro cui affrontare le grandi sfide del pianeta-trovano posto “Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili” (11°) e “Promuovere società pacifiche ed inclusive orientate allo sviluppo sostenibile, garantire a tutti l’accesso alla giustizia e costruire istituzioni efficaci, responsabili ed inclusive a tutti i livelli”.(17°)

Se dunque vogliamo interrogarci e riflettere prospetticamente sulla società che intendiamo costruire nel mondo post Covid credo valga la pena di ripartire dall’investimento sulla comunità locale “competente”, sull’ascolto ed il coinvolgimento attivo della cittadinanza, sul valore dell’identità che si apre alla diversità con spirito di confronto costruttivo, sulla tutela e l’empowerment delle componenti più fragili. Solo così potremo implementare con successo strategie volte alla sostenibilità ambientale, economica e sociale delle nostre città, incarnando non soltanto atteggiamenti resilienti, ma prospettive concrete di rinascita per noi e di benessere per le prossime generazioni.

 

Dott.Ing. Pietro Palmieri

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