Ambientalismo: conservazione o innovazione?

Ci si confronta sull’idea di futuro, fra l’ambientalismo della conservazione e quello dell’innovazione

Le diverse anime dell’ambientalismo si scontrano sull’idea di futuro, fra l’ambientalismo della tutela e quello dell’innovazione, uno scontro in cui si rischia l’impasse per la futura programmazione del sistema paese dal punto di vista ambientale. Veniamo agli ultimi eventi che fanno suonare se non un campanello d’allarme, un accento sull’attenzione che vi si deve dare a molte tematiche inerenti all’ambiente o suoi collegati. Le diverse anime dell’ambientalismo hanno tra loro una visione diametralmente differente in queste settimane sull’idea di futuro, fra l’ambientalismo della conservazione e quello dell’innovazione. I casi più evidenti sono le rinnovabili, il progetto Grab di Roma e il ruolo del ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani.

Per dovuta specifica si sottolinea che il Grab è il grande raccordo anulare ciclabile di Roma, che diverse associazioni ciclistiche e ambientaliste hanno progettato e vogliono ora realizzare, anche grazie ad alcuni dei finanziamenti ricevuti. Si tratta in parte di piste ciclabili da realizzare su strade aperte al traffico e in parte di nuovi percorsi; il progetto prevede anche l’attraversamento di aree già escluse al traffico, come le aree protette di villa Ada, sulla quale si scontrano comitati e associazioni ambientaliste, data la sua natura di zona monumentale e naturalistica sottoposta a tutela.

Secondo alcuni, la pista ciclabile non avrebbe impatti rilevanti e permetterebbe di valorizzare l’area naturalistica, secondo altre la pista ciclabile sarebbe un’infrastruttura permanente per veicoli che, pur a basso impatto ambientale, rappresentano una minaccia per la tutela dell’area. Vi sono altre considerazioni che mettono in risalto le contraddizioni di molte associazioni ambientaliste, si pensi alle cosiddette “rinnovabili ingombranti”. Le estensioni di pannelli solari e le foreste di torri eoliche sono indispensabili per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e di transizione energetica, ma hanno un forte impatto sul paesaggio. Diverse associazioni si sono schierate su fronti opposti fra salvaguardia del paesaggio ed energie pulite. In questi giorni la questione rinnovabili ingombrati assume ancor più interesse se pensiamo ai problemi di approvvigionamento elettrico di grandi città come Milano, citta che restano molto energivore. Se poi in un’ottica di concertazione ci mettiamo le diverse contrapposizioni politiche il gioco, in negativo, è completo. Basti pensare allo scontro su Cingolani da parte di alcuni, fortunatamente pochi.

“La nascita di un super ministero per la transizione ecologica è stato il principale argomento utilizzato all’interno del Movimento dai sostenitori del sì al governo di tutti. Forse è stato l’unico argomento”, ma “che cosa rimane della transizione ecologica dopo 100 giorni di governo Draghi? Cenere. Sì, proprio cenere. Il ministro Cingolani, infatti, ha aperto agli inceneritori, avallato nuove trivellazioni e sostenuto l’ipotesi di costruire decine di mini-rettori nucleari. Incredibile”. Così Alessandro Di Battista in un lungo post dove, tra l’altro, aggiunge: “È evidente che da un super ministro per la transizione ecologica ci aspettavamo altre parole, altre prese di posizione, altre battaglie. Per esempio, come ridurre la produzione di rifiuti. Sembra assurdo, ma da quando è diventata di moda la transizione ecologia sono tornati di moda gli inceneritori, le trivellazioni e persino il ponte sullo Stretto, nota opera iper-ecologica. In compenso il servizio civile ambientale è sparito dai radar”.

Così il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani risponde in Aula al Senato all’interrogazione sulle Valutazioni di impatto ambientale in materia di ricerca e prospezione di idrocarburi, ricordando che “ai sensi della legge generale sul procedimento amministrativo c’è l’obbligo di concludere i procedimenti anche quando gli stessi, come nel caso della Via, si concludono con la firma di un ministro. All’atto del mio insediamento l’istruttoria relativa ai sette procedimenti di Via in questione era completata da molto tempo, dopo un iter durato a lungo, e non avrei avuto nessuna ragione per sospendere ulteriormente il procedimento per altri sei mesi circa se non esponendo il ministero ad azioni risarcitorie per danno da ritardo. Non c’era nessuna ragione per ritenere che gli schemi dei provvedimenti di Via, la cui istruttoria era già completa al mio insediamento, fossero illegittimi e quindi per ritardarne ulteriormente la firma”.

Gian Carlo Locarni

Giancarlo.locarni@gmail.com