Le due facce della Cina e il caso della Sierra Leone

Cina, ambientalista a casa propria ed economicamente neo colonialista fuori dai propri confini nazionali

La Cina creerà aree protette sul 25 per cento del proprio territorio. Il che comporterà limitazioni alle attività umane, al fine di preservare l’ambiente e gli ecosistemi. La notizia è stata annunciata dal ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente, al quale il governo ha affidato il progetto. Di particolare rilevanza è il fatto che l’esecutivo di Pechino ha, già da tempo, ammesso di aver accettato per decenni “uno sviluppo irrazionale”. Il che ha posto gravi rischi per la conservazione della natura. Di qui la necessità di un cambiamento profondo. 

Se da un lato bisognerebbe meravigliarsi in positivo per questa inversione di tendenza da parte della Cina, non sfugge agli addetti ai lavori la “colonizzazione territoriale” perpetrata ai danni degli stati economicamente deboli che, vista la proposta finanziaria prospettata, cedono i diritti territoriali allo stato cinese. Un esempio eclatante rimane quello della Sierra Leone. Nell’occhio del ciclone è un accordo da 55 milioni di dollari firmato dal governo di Pechino e da quello di Free Town. Attraverso questo contratto la Sierra Leone ha in effetti venduto alla Cina 250 ettari di spiaggia vergine e foresta pluviale della località conosciuta come Black Johnson per la realizzazione di un maxi impianto che consentirà ai pescatori cinesi di stoccare e processare il pesce, destinato ai mercati esteri in modo più rapido e inoltre di poter praticare la pesca intensiva con estrema voracità e massima libertà nelle acque africane. Stando a quanto dicono i residenti locali, questo maxi porto industriale causerà la distruzione della foresta pluviale, saccheggerà gli stock di pesci che garantiscono la sopravvivenza ai pescatori africani, inquinerà l’ambiente marino e avrà conseguenze irreversibili sull’ecosistema di una zona che ospita specie protette e in via d’estinzione come tartarughe e pangolini. Sembrerebbe addirittura che la Sierra Leone abbia tenuto nascosto il progetto. Primo a denunciare pubblicamente quanto sta avvenendo lungo le coste dell’Africa occidentale è stato il giornale britannico The Guardian. La pesca sostenibile praticata da famiglie di pescatori locali garantisce il 70% del pescato del mercato interno ma il maxi porto porterà guadagni soltanto alla Cina. Il ministro della pesca sierraleonese Emma Kowa Jalloh, sul Sierra Leone Telegraph, attraverso un comunicato ufficiale, ha dichiarato che Black Johnson è il luogo più adatto per un progetto di questo tipo, che è stato stanziato un pacchetto di risarcimenti pari ad oltre 1 milione di euro per i proprietari terrieri che saranno espropriati, e ha specificato poi, sempre nel testo del documento, che la struttura, sebbene non creerà impiego per la popolazione locale e nemmeno reddito, aiuterà però i sierraleonesi ad incrementare le proprie abilità per quel che concerne la riparazione e il mantenimento delle imbarcazioni. Quindi la Cina, di fatto, si fa bella all’interno dei confini nazionali ma continua a perpetrare un neo colonialismo economico che, come affermato anche dalle autorità della Sierra Leone, porterà si sviluppo ma a che prezzo?

Gian Carlo Locarni

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